Oggi, aprile 2020, molte persone si interrogano sul proprio futuro. In particolare noi fotografi, che subiamo una frenata completa delle nostre attività a causa del Coronavirus (COVIT-19). In paricolare io come fotografo ritrattista e matrimonialista mi pongo molte domande sul futuro del mio studio fotografico.

Mi è venuta a mente la grande Dorothea, che quasi un secolo fa si trovò di fronte al medesimo problema indotto dalla grande depressione del 1929.

Il nome di Dorothea è immediatamente legato ad un legume: “PEA-PICKERS CAMP”. Pea sono i piselli. Ma, prima di parlarne, guardiamo un poco alla persona: chi era Dorothea Langhe fotografa?

Dorothea Lange fotografa

Nasce nel 1995 nel New Jersey. All’età di 7 anni fu colpita dalla poliomelite che le tolse per sempre la mobilità della gamba destra. La bambina però aveva un carattere forte e volitivo, che le permise di vincere l’umiliazione dovuta al suo handicap.  Dopo gli studi primari si iscrisse alla Columbia University di New York City, dove frequentò i corsi di fotografia.

Infatuata dalla passione per questo mezzo espressivo, nel 1918 iniziò un viaggio che avrebbe dovuto portarla in tutto il mondo, ma, raggiunta San Francisco, le mancarono i soldi e si fermò. Restò a San Francisco scattando fotografie, soprattutto ritratti, che le permisero di sopravvivere ed anche di realizzare uno Studio Fotografico.

Con il sopraggiungere della grande depressione del 1929, le fotografie platinate che scattava e vendeva alle famiglie agiate smisero di essere richieste, un po’ come oggi con il Covit-19. Lei stessa inoltre si era stancata di questo tipo di fotografia e cercò altre fonti di ispirazione. Attorno a lei però c’erano solo disperazione, disoccupazione e miseria.

Puntò allora ad una nuova forma fotografica, fresca, immediata, priva di filtri e di lunghe esposizioni, rifiutando complesse procedure di sviluppo e stampa. Si avvicinò alla “straight photography”, movimento nato nei primi anni del novecento, in opposizione al “pittorialismo”. La fotografia deve rappresentare il reale senza alcun ritocco successivo. Deve essere pura.

Dorothea iniziò a girare la California, fotografando soprattutto i poveri, i disoccupati, i disperati. Il suo lavoro fu così capillare che la Rural Resettlement Administration  le commissionò alcuni lavori nella fascia agricola della California, devastata dalla DAST BOWL.

DAST BOWL, erano tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture.

Fu proprio in quegli anni che Dorothea si imbattè nei piselli. Nei primi giorni di marzo 1936, Dorothea si trovò di fronte ad un cartello che diceva ” PEA_PICKERS CAMP”. Era a Nipomo, in California.

PEA-PICKERS CAMP

All’inizio del marzo 1936 passò davanti ad un cartello che diceva “PEA-PICKERS CAMP” a Nipomo, in California (campo di raccoglitori di piselli).
A quel tempo la Lange lavorava come fotografa per l’Amministrazione di reinsediamento (RA) – ex Rural Resettlement Administration-, un’agenzia governativa del periodo della Depressione, creata per sensibilizzare l’opinione pubblica e fornire aiuti agli agricoltori in difficoltà.
Dopo aver superato il cartello, Dorothea riconsiderò la situazione e tornò al campo in un accampamento di contadini, dove incontrò una madre e i suoi figli. Colse così lo scatto che la rese famosa in tutto il mondo e che le valse l’ingresso al MOMA. Dopo aver scoperto l’inquietante situazione del campo,  mandò le immagini al direttore di un giornale a San Francisco. Vennero avvisate le autorità federali, che si resero conto delle reali e disastrose condizioni della popolazione contadina in stato di indigenza. Al campo, ed in altre strutture della California arrivarono risorse e molte vite furono salvate dalla fame.

Migrant Mother, Nipomo, California

E’ il titolo della sua foto più famosa. Osservatela, la donna è giovane. Ha il viso segnato dal tempo. Non quello cronometrico, ma quello meteorologico. La continua esposizione al sole ed all’arsura hanno creato solchi profondi sul suo viso. La fronte aggrottata. Gli occhi chiari, quasi in fessura, rivolti verso destra. Il labbro piegato a sottolineare più la preoccupazione che la tristezza. La mano appoggiata al viso ed il gomito al ginocchio, accentuano l’espressione pensosa. E’ come se stesse ponderando qualche cosa da fare per uscire da quella condizione. Della “Mother” sappiamo che aveva sette figli. Tre sono nell’istantanea con lei. Vestiti di cenci, come la mamma. Si nascondono, forse timorosi per la presenza di Dorothea e della sua macchina fotografica. Più scuro, in ombra, accanto al viso della Madre, il pugnetto di uno dei bimbi. La manina chiusa, quasi con forza, denuncia più rabbia che disperazione. E’ impossibile non  osservarla. Penso che un “purista” della composizione fotografica, oggi, la considererebbe fuorviante, quella manina. A me colpisce profondamente ed è la seconda cosa che ho visto dopo il viso e gli occhi di quella donna.

Questo ritratto non ha trovato la sua collocazione al MOMA per via della sconcertante bellezza, ma perchè considerato una rappresentazione perfettamente accurata della tragedia sociale e politica americana nel periodo della grande depressione.

Di questa foto Dorothea scrisse: “I saw and approached the hungry and desperate mother, as if drawn by a magnet. I do not remember how I explained my presence or my camera to her, but I do remember she asked me no questions. I made five  exsposures, working closer and closer from the same direction.”

Molti anni dopo la Thomson (the Mother) si lamentò pubblicamente per non aver mai ricevuto un dollaro per quella foto.

Dorotea Lnage Fotografa

Vita di Dorothea

Nonostante la sua instancabile attività fotografica, Dorothea si sposò e fu madre di due bambini. Divorziò e si sposò in seconde nozze con Paul Taylor, la persona che molto l’aiutò nella sua carriera.

Al termine della seconda guerra mondiale, collaborò alla nascita dell’Agenzia Magnum, che divenne rapidamente la più importante agenzia fotografica a livello mondiale.

Lasciò la sua macchina fotografica –  Bisognerebbe utilizzarla come se il giorno dopo si dovesse essere colpiti da improvvisa cecità  diceva  –  nel 1955, a 70 anni, a causa di un tumore all’esofago.

La foto di banner naturalmente non è di Dorothea. E’ mia, una delle poche istantanee che ho. Le fotografie della Lange le trovate ai link che ho riportato qui sotto.

Fonti:

https://www.moma.org/

https://www.themammothreflex.com/grandi-fotografi/

https://www.elle.com/it/magazine/storie-di-donne/

https://paolareghenzi.it/storia-della-fotografia/

https://paolareghenzi.it/storia-della-fotografia/

© Roberto Salvatori

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